sabato, 15 marzo 2008
Ciao a tutti. Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti, ma sono in un periodo di depressione che mi impedisce di trovare voglia di scrivere. In ogni caso spero di riprendermi presto, per snocciolare le schede di due film che ho trovato particolarmente interessanti: La terra dei morti viventi di Romero e Into the Wild di Sean Penn. Saluti a tutti.
lunedì, 03 marzo 2008
THREE... EXTREMES
Regia: Takashi Miike, Fruit Chan, Park Chan-wook
Attori: Kyoko Hasegawa, Miriam Yeung Chin Wah, Lee Byung-Hun, Won-hie Lim
Anno: 2004
Produzione: Giappone - Hong Kong - Corea del Sud

Seconda puntata della serie Three, nata nel 2002 con lo scopo di presentare in ogni episodio tre storie dell'orrore e del grottesco narrate dai migliori registi di genere asiatici. Questa volta è il turno di Miike (Ichi the Killer, Audition), Fruit Chan (Durian Durian) e Chan-wook (Old Boy) dire la loro sull'argomento, ossia rispettivamente il cinema giapponese, hongkonghese e sudcoreano. Altro buon risultato? Sì e no. Se lo scopo di ogni regista era, come si legge in giro, attecchire le sensibilità di ogni genere di pubblico attraverso storie allucinanti e disturbanti, il risultato si può dire sicuramente riuscito. Se invece vogliamo giudicare in sè ciascuno di questi singoli episodi, le valutazioni tedono a essere abbastanza contrastanti. Si inizia con "Box" di Miike, sicuramente il migliore della trilogia: la scrittrice Kyoko riceve in regalo dal presidente della sua casa editrice un mini box con carillon, che le farà tornare a mente terribili ricordi legati ad un incidente da lei commesso molti anni prima ai danni della sorellina gemella e del patrigno. Miike stupisce, non solo per la totale assenza di sangue o scene splatter, ma sopratutto per la visionarietà della storia. I temi oscuri della famiglia "scomoda" (Visitor Q, Imprint) ci sono tutti e anche stavolta abbiamo a che fare con una storia dai toni estremamente disturbanti e racrapriccianti, ma la sensibilità con cui è stato diretto riporta alla mente quel capolavoro che è Audition: una regia lenta e virtuosa coadiuvata da una fotografia superba ci guida attraverso freddissimi paesaggi innevati, mentre la raffinatezza e il formalismo delle scenografie e dei costumi ricorda addirittura certe produzioni di Lynch e Kitano. I dialoghi quasi inesistenti e quasi sussurrati contribuiscono infine a rendere Box un episodio visionario e onirico, dalla sorprendente conclusione che non si dimentica: un piccolo gioiello. La qualità inizia quindi a diminuire col successivo "Dumplings" di Fruit Chan, disturbante incubo metropolitano che vede una attrice 40enne in crisi iniziare una cura ricostituente attraverso ravioli riempiti di feti umani. Stupiscono in questo film due cose: lo stile di regia ben più diretto, sveglio e veloce con cui è stato girato (in totale contrapposizione con il lentissimo episodio di Miike) e l'assoluta inconcludezza della storia. Dumplings ha una buona durata, dei momenti estremamente disgustosi (il terribile aborto con fil di ferro nella vasca da bagno) ed una buona interpretazione, ma non si riesce proprio a capire il suo senso ultimo. Se vuole essere una critica a chi abbandona qualsiasi scrupolo pur di raggiungere i suoi scopi, allora probabilmente si può anche dire che riesce nel suo intento; ma tutti i personaggi abbandonati nel finale e l'assenza di una conclusione fanno rimanere a memoria Dumplings come un onesto mediometraggio che a parte una buona idea e alcune trovate malsane non ha assolutamente nulla da dire. Non per nulla Fruit Chan ha poi ampliato questo episodio girando nuove scene e facendone un vero e proprio lungometraggio con un nuovo finale: chissà che venga spiegata lì la raison d'etre di questo episodio. Le cose calano ancora di più nel conclusivo "Cut" di Chan-wook. La situazione di partenza è allucinante: un ricco e affermato regista, famoso per essere un bravissima persona, viene rapito assieme a sua moglie e si risveglia sul set di un film. Chi lo ha rapito è un pazzo squilibrato che faceva la comparsa nei suoi film, e che vuole scavare nell'animo del regista rivelandone la vera indole ipocrita. Per far questo sottoporrà lo sventurato ad un'allucinante tortura: dovrà strangolare una bambina anche lei rapita, altrimenti ogni cinque minuti taglierà un dito a sua moglie. Poco da scrivere in questo caso: il sangue scorre copioso, la regia è talentuosa e mischia benissimo cg e riprese reali, la storia sembra anche interessante... ma il tutto non convince pienamente. Colpa anche di un finale assolutamente enigmatico e contorto quasi impossibile da capire, Cut si rivela, più che un horror, un grottesco thriller che fatica a convincere. L'assoluta bellezza delle scenografie e delle luci (che donano un appeal elettrico e asfissiante alle locations) non riesce infatti a mascherare la povertà dei dialoghi, la noia che scorre intensa e sopratutto l'assoluta inadeguatezza di certe scenette umoristiche utilizzate per dimostrare la pazzia dello psicotico carnefice (non trasmettono inquietudine, bensì indifferenza). Anche il messaggio di fondo, ossia che dietro la facciata della più brava persona vi è sempre del marcio dietro, lascia il tempo che trova vista la bruttezza generale. Tirando le somme, Three...Extremes è un film interessante: tecnicamente perfetto (nella regia come nelle numerose interpretazioni), riserva diverse sorprese agli amanti dello splatter, ma la qualità dei tre episodi non è ottimale e due su tre potevano essere sviluppati decisamente meglio.
domenica, 02 marzo 2008
KZ9 LAGER DI STERMINIO
Regia: Bruno Mattei
Attori: Ivano Staccioli, Gabriele Carrara, Giovanni Attanasio, Sonia Viviani
Anno: 1977
Produzione: Italia

Girato lo stesso anno assieme a Casa privata per le SS (plagio del Salon Kitty di Brass), KZ9 di Bruno Mattei si rivela, poco sorprendentemente, uno dei nazi-erotici più dementi e ridicoli dell'intera categoria. Il matteiano KZ9 infatti, se eticamente è da condannare come quasi tutti i film della sfacciata categoria naziploitation, in ambito squisitamente trash ha tutti i numeri per rivendicare in caldo posto nel cuore degli appassionati, o perlomeno molto più in alto di diversi concorrenti (La Bestia in calore di Batzella in primis). La storia ovviamente non c'è, o meglio tutto il film ruota attorno alle solite donne ebree ripetutamente seviziate, umiliate, stuprate o utilizzate in esperimenti sadici dai nazisti di Rosenhausen (con in sottofondo il consueto gruppo di eroi che tenta di fuggire dal lager), ma il culto in KZ9 non sta qui. E' da ricercare invece nei soliti colpi di genio matteiani che riscattano il film dalla mediocrità dilagante proiettandolo nel campo dell'inverosimilmente ridicolo, con alcune idee davvero superlative che provocano risate a non finire. Si parte così dalle allucinanti figure di Kurt il folle e Otto Ohlendorff (il primo un minorato mentale con espressioni facciali suine e versi da bestia, l'altro un altezzoso sovratenente dalla risata da neonato) per poi giungere a due scene di puro culto, da antologia del genere. La prima vede un morto tornare in vita per merito di alcune belle prostitute che lo stimolano sessualmente fino a portarlo al risveglio dall'oltretomba (fantastica la scena: le due prostitute sembrano non riuscirci, allora il nazista urla "la francese!!!" ed ecco arrivare l'esperta che compie il miracolo), e la seconda è ancora meglio. Come guarire due omosessuali dalla loro "malattia"? Semplicemente li si mette in una stanza con quattro ninfomani!! Ecco quindi i due sventurati urlare "non toccatemi!", "andate via!", manco fossero animali invece che donne!! Il ritmo inizia poi a calare e non si contano più le noiose scene di nudo gratuito (che più gratuito non si può), ma riecco quindi l'improvvisa pennellata d'autore che ti fa tornare cult il film: sto parlando dell'eccezionale scena dove due fuggitivi, che d'ora in poi chiameremo idoli, si fanno scoprire ed uccidere dai nazisti unicamente perchè han tentato di rubare loro 2 salsicce che stavano a mezzo metro dal loro accampamento. Di giorno ovviamente (indossando abiti bianchissimi che risaltano come un pugno nell'occhio), mica di notte! Ovvio, morivano di fame per aver dovuto digiunare visti i 2 giorni di fuga (!!!). Inutile stare a sindacare sulla regia ridicola, sugli attori cani e sulla colonna sonora ridicolarmente seria in un film così marcio: quel che vi importa sapere è che anche alle origini il buon Bruno dimostrava il suo immenso talento, e anche se non era sviluppato come nei suoi capolavori successivi Mattei va lodato lo stesso e KZ9 va visto. Chiudono l'analisi delle scene cult una breve frase in sovraimpressione che dura tantissimo tempo (non riuscivano a toglierla?) e sopratutto l'eccezionale finale didattico che mostra molte foto di criminali di guerra nazisti con loro relativi omicidi a carico: Mattei pensava d'aver fatto un film serio? Vergonosa infine l'assenza del dvd in Italia: KZ9 in lingua italiota è reperibile unicamente in vecchissima VHS. Peccato.
sabato, 01 marzo 2008
HIRUKO THE GOBLIN
Regia: Shinya Tsukamoto
Attori: Masaki Kudo, Kenji Sawada, Megumi Ueno
Anno: 1990
Produzione: Giappone

Dopo il successo stratosferico di Tetsuo, in pochissimi avrebbero scommesso che il visionario Tsukamoto, entrato di prepotenza nel cinema cyberpunk con Le avventure del ragazzo del palo elettrico e poi con il suo capolavoro, avrebbe temporaneamente abbandonato quelle tematiche per gettarsi nell'horror puro. Due anni prima di Tetsuo II, infatti, Tsukamoto trae dal manga Yokai Hanta di Daijiro Moroboshi un film di medio budget, introducendo per la prima volta allo schermo le avventure di Hieda Rejira, novello ghostbuster a caccia di spiriti maligni. E così, in un originale intreccio di umorismo, splatter e addirittura scene commovente, assisteremo ad uno degli horror più fuori dalle righe che si ricordino. Non stiamo sicuramente parlando di un capolavoro o di un film totalmente riuscito, ma sicuramente una visione la si può anche consigliare: l'assurda storia messa in piedi vede questo strampalato acchiappafantasmi fare coppia col giovane Masao per sconfiggere Hiruko, un inquietante demone-ragno risvegliato dal padre del ragazzo. Se la prima metà del film vede mischiarsi scene tipicamente cruente e splatterose (Hiruko ha la capacità di ipnotizzare le sue vittime facendole suicidare) con altre addirittura dementi-comiche (spassosi i due improbabili protagonisti urlare come ossessi ogni volta che incontrano lo spirito) per un risultato tipicamente fantastico-horror, è la seconda parte che sconfina nel serio e addirittura nel dramma, rendendo Hiruko the Goblin così assurdo. La triste storia di Hieda, dal nonno di Masao, e di innumerevoli altre sottotrame che si intrecciano rendono assolutamente inspiegabile definire le sensazioni evocate da questo film multi-genere, ma se si considera che questo inspiegabile cambio di direzione finale è stata imposta dai produttori del film, si inizia a capire che forse se Tsukamoto avesse avuto mano libera allora il risultato sarebbe stato più coerente e forse migliore. E forse anche questa straniante sensazione di "quale dev'essere il mio stato d'animo in questo film?" sarebbe stata evitata. Da sorvolare sui bruttissimi effetti speciali finali, almeno ben controbilanciati dal buon make-up generale e dalla buona complessità tecnica raggiunta da fotografia e regia ad ottimi livelli. Divertente anche la colonna sonora dalle sonorità "seriose" che ricordano quasi un prodotto di animazione nipponica o da rpg, ma la sensazione finale rimane quella di un film che poteva essere fatto meglio. Peccato per l'edizione italiana a cura della RaroVideo, unicamente sottotitolata in italiano.