martedì, 29 aprile 2008
7 MUMMIES
Regia: Nick Quested
Attori: Cerina Vincent, Danny Trejo, Andrew Bryniaski, Billy Drago
Anno: 2005
Produzione: USA



Un gruppo di banditi riesce ad evadere dal furgone della polizia che li stava trasportando ad un penitenziario. Trovatosi in pieno deserto messicano, il gruppo decide di prendere in ostaggio una poliziotta, e iniziano così un'odissea per trovare un rifugio dove riposarsi. Incontreranno un vecchio messicano, che li metterà a conoscenza di un gigantesco tesoro sotterrato da quelle parti: inutile dire che il gruppo tenterà di trovarlo, e si avventurerà così dentro una città fantasma....

"L'avidità non muore mai!". Se si è in cerca di qualche trashone per farsi due risate, sono piccoli particolari come questa frase sulla locandina del dvd, a convincere a visionare. Nel caso specifico, però, 7 Mummies non è certo il miglior b-movie che vi può capitare di trovare, e neanche uno dei migliori trash. Quello che sembra un onesto western-trash-horror interpretato da attori provenienti da famosi serial tv (CSI: Las Vegas sopratutto) si rivela, successivamente, semplicemente un trash poco più che gradevole, con pochi momenti di ilarità e molta noia. Ok, in chiave spazzatura la colonna sonora rap/metal (in background western!) può anche andare bene, così come la figura del ridicolo messicano canterino e ridaciano, le sette mummie finali che praticano arti marziali ed il ridicolo inseguimento finale tra due sopravissuti in moto ed uno zombie in cavallo che li insegue, ma sono sporadiche esplosioni d'ilarità in un contesto assolutamente vuoto e sonnolento. Tutto il resto è infatti uno sterile remake di "Dal tramonto all'alba", con poco splatter, poche scene di nudo, assenza totale di tensione, coinvolgimento e logica. A che servono questi lunghi dialoghi inutili? A che servono queste pennellate di action scadente? E tutti questi punti morti dove non succede assolutamente nulla? Purtroppo c'è poco da fare: 7 Mummies è un brutto b-movie e basta, consigliabile solo agli amanti più oltranzisti del trash. Una visione decisamente sconsigliata, ai più.
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categoria:cinema
lunedì, 28 aprile 2008
LA CROCE DELLE SETTE PIETRE
Regia: Marco Antonio Andolfi
Attori: Marco Antonio Andolfi, Annie Belle, Gordon Mitchell
Anno: 1987
Produzione: Italia



Circolato in Italia anche con l'incredibile titolo alternativo "la camorra contro l'uomo lupo", il cult di Andolfi è un film brutto, ma così brutto che in molti lo indicano come il più grande z-movie della filmografia italiana di sempre. Questo non ci è dato saperlo (quella tra Mattei e Andolfi è una bella sfida) ma di sicuro la Croce delle Sette pietre è uno dei più grandi capolavori trash che chi scrive abbia mai veduto. Il menù è tra i più gustosi che gli appassionati del genere abbiano mai visto: tutto è così assurdamente ridicolo e senza senso che un buon 80% del film sono solo schizofreniche risate! Parlare di un horror ambientato a Napoli e recitato in totale napoletano già dovrebbe essere un'ottima motivazione per il pubblico underground per guardare questo capolavoro, ma fortunatamente c'è così tanto materiale di culto da rendere la visione obbligatoria per qualsiasi appassionato di cinema, solo per vedere fin dove può giungere la degenerazione umana. Ecco quindi la storia: c'è un protagonista (interpretato dallo stesso regista) che appena giunto a Napoli si vede rubare da alcuni delinquenti un suo crocefisso con sette pietre incastrate. Disperato per chissà quale ragione, inizia una lunga ricerca per ritrovare il prezioso cimelio, arrivando quindi a mettersi contro la camorra che conduce il traffico di oggetti rubati. Presto scopriremo perchè lo sventurato eroe ci tiene così tanto a quel bruttissimo crocefisso: lui è in verità un lupo mannaro, e la croce ha il potere di impedirgli di trasformarsi. Il look da licantropo è un qualcosa di semplicemente meraviglioso: altro che peluria o altro, il nostro amico licantropo è totalmente nudo come un verme, con solo una mascherina da cane che gli copre gli occhi! Eccezionale! La trasformazione poi è tra i grandi momenti indimenticabili del trash: si tratta di una trasformazione alla Jack Pierce, solo che è lentissima! Per quasi tre minuti vediamo semplicemente il primo piano del volto del protagonista che inizia a trasformarsi a tempi bradipeschi, con qualche batuffolo di pelo che ogni tanto appare sul viso! E con in sottofondo rumori della savana e degli elefanti!! Culto assoluto! Poi ancora... c'è un misterioso prete dal volto ridicolo che ogni tanto lo vediamo impegnato in assurde orge/messe nere intento a invocare il demone Aborym con una pronuncia che fa morire dal ridere, e fino alla fine non si saprà cosa c'entra con la trama principale; c'è il demone Aborym che è in pratica un assurdo costume da yeti; c'è una ragazza che si innamora perdutamente del protagonista unicamente dopo che questi le ha offerto da bere; vi è una straniante scena dove il protagonista, trasformato nel lupo mannaro, prende per le spalle un camorrista e questi si scioglie (????!!!!!!)... si arriva poi anche alla sequenza trash definitiva, ossia un lunghissimo sogno (collocabile a metà film) dove per ben 6 volte, tra flashback e sequenze riciclate, vediamo una ridicola testa di demone flashare una esilarante luce rossa vistosamente fatta a PC (risalente a chissà quale secolo). Rovinare questo capolavoro con ulteriori spoiler sarebbe un delitto (anticipo solamente che appare pure il volto di Gesù sullo sfondo!), quindi il commento si conclude qui con un caldissimo invito a guardarvi uno tra gli horror più ridicoli, allucinanti, fumati e fuori di testa che probabilmente la cinematografia mondiale abbia mai partorito. Assolutamente da reperire Talisman, ossia La Croce dalle Sette Pietre director's cut: sembra Andolfi abbia aggiunto addirittura sequenze documentaristiche di guerra, mirando a creare il trashone definitivo.
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categoria:cinema
lunedì, 28 aprile 2008
KITARO DEI CIMITERI
Autore: Shigeru Mizuki
Serializzazione: 1959 - ...
Casa editrice: D/Visual
Formato: manga (3 volumi)



Se si dovesse scegliere un simbolo caratteristico per simboleggiare il fumetto italiano, molto probabile si finirebbe col presentare il classico Topolino (o Tex, nel migliore dei casi). In Giappone le cosa sarebbe molto più difficile: un DragonBall? Un One Piece? Andando indietro la scelta sarebbe ancora più difficile: Fantaman (Ogon Bat)? Doraemon? Kitaro dei Cimiteri? E' quest'ultima grande istituzione del Giappone che, per la prima volta in assoluto, esce dalla madrepatria in una prima edizione occidentale. D/Visual è la casa editrice che è riuscita nell'impresa, e per l'occasione sforna una delle migliori edizioni che si ricordino: tre volumi ottimamente rilegati e confezionati, dal look orrorifico (il titolo è pure scritto in fosforescente!) e dall'alto numero di pagine. Il primo volume poi, è già leggenda: oltre 300 pagine, di cui un ottimo numero di esse a colori, con le prime rarissime storie di Kitaro incredibilmente recuperate. Ma vediamo di fare chiarezza sull'opera: Kitaro dei cimiteri nasce nel 1959 in Giappone a cura di Shigeru Mizuki, ed è una vera e propria raccolta di storie horror sul modello delle celebri riviste horror americane di fumetti ("Creepy" e "Tales from the Crypt" in primis, richiamati direttamente anche dal tratto del disegno). Le diverse storie di Kitaro vertono, logicamente, sulle avventure dell'omonimo protagonista, un bambino-mostro che, accompagnato dal padre (un bulbo oculare!) e dall'infido doppiogiochista Rattus, vaga per il mondo incontrando ogni genere di mostro coi quali intraprenderà ogni sorta di incredibile avventure. Il successo di Kitaro dei cimiteri è e rimane spaventoso, altrimenti non si spiegherebbe come dal 1959 ancora oggi l'opera venga continuamente disegnata, e non si contano più ormai gli innumerevoli remake (a cura dello stesso autore), le numerose serie televisive (oltre 5!) e i diversi film con attori in carne ed ossa che hanno ottenuto uno strepitoso successo. Tralaltro visto il gran numero di riviste per cui è stato disegnato, Kitaro ha spesso e volentieri mutato i toni generali (visto il target a cui le riviste si indirizzati), e da horror è così diventato comico, poi avventuroso, poi un pò un pò tutto di più: è ovvio domandarsi se la d/visual sia veramente riuscita nell'impresa di portare, in soli 3 volumi, tutte le storie più caratteristiche e rappresentative di un fenomeno che dura da oltre 50 anni e che ha attraversato ogni sorta di genere, ed è con una punta di amarezza che bisogna dire che la risposta è no. I tre volumi d/visual sono da acquistare senza dubbio, per chi è interessato a riscoprire un genere di fumetto diverso dal solito blockbuster nipponico e che ha nostalgia dei mitici fumetti horror degli anni '50, ma bisogna purtroppo riconoscere due cose. La prima, è che per forza di cose molti racconti sono irrimediabilmente datati (altri tempi, altra sensibilità) e più di un vago sorriso non potranno evocare, nella loro semplicità. Il livello qualitativo delle storie è infatti medio-basso con pochi alti, e accanto a storielle molto gradevoli e divertenti (quelle presenti nei volumi 2 e 3, sopratutto) ve ne sono anche di molto noiose, o addirittura incredibilmente sintetiche e sbrigative, estremamente condensate come a testimoniare che l'autore volesse concluderle il prima possibile (esempio lampante l'ultima storia, "l'invasione dei tanuki"). Seconda e ultima considerazione è che voler rappresentare il fenomeno di Kitaro con una quindicina (circa) di storielle è semplicemente ridicolo: leggere la lista di tutte le storie di Kitaro (presente come dossier nei volumi 1 e 3) e vedere che neanche un 1/20 di esse è stata riportata, provoca una fastidiosa sensazione di incompletezza, di delusione, di occasione sprecata, di voglia di molto più materiale. Si poteva sicuramente fare di più, in questo senso. Concludendo, questa prima edizione occidentale delle avventure di Kitaro è deludente: siamo solamente al cospetto di un gradevole antipasto, sufficientemente gustoso per interessarci, sicuramente, ma troppo sintetico per restarci a lungo a memoria. Speriamo in qualche nuova edizione futura, delle avventure del piccolo Kitaro.
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categoria:manga
mercoledì, 23 aprile 2008
SENSO PROIBITO
Regia: Tani Capa
Attori: Antonio Zequila, Gala Orlova, Laura Tomasi
Anno: 1995
Produzione: Italia



Andrea è un giovane fotografo di successo che decide di abbandonare il mestiere per darsi alla cinematografia. Conoscerà gli aspetti più torbidi e malsani dello show business, dove solo in cambio di prestazioni sessuali si può giungere ai finanziamenti richiesti...

Orribile soft-core italiano del '95, Senso Probito è uno dei più brutti film erotici che si siano mai visti. Troppo poco spinto per poter piacere agli amanti del genere, e troppo poco intellettuale per poter interessare chi è vagamente interessato alla premessa di critica sociale di cui il film vuole farsi bandiera, il film dello sconosciuti Tani Capa potrà destare qualche minimo sprazzo d'interesse unicamente ai fan di Zequila, ridicolo belloccio salito negli ultimi anni alla ribalta con la partecipazione al reality show dell'Isola dei Famosi. E, in effetti, qualche gustosa scena trash col ridicolo attore c'è. Ci sono alcuni gustosi momenti (pochi purtroppo) nel quale vediamo il grand'uomo chiamare delle ragazze con un ridicolo e gigantesco walkie-tokie venuto da chissà quale era geologica, e c'è pure una scena di culto nel quale lo vediamo gettare per terra una sigaretta imprecando. Purtroppo però sono rari momenti di ilarità in un contesto assolutamente vuoto e noioso, e se anche si potrà ridere nell'assurdità generale della trama (ovunque Andrea vada le fanciulle lo accolgono sempre a braccia e gambe aperte) e sulla caratterizzazione demente di alcuni individui, la noia di numerose scene di sesso ai minimi termini erotici rendono il film assolutamente interminabile. Di culto la scena finale dove Andrea tira fuori un pistolotto morale ridicolo su quanto fa schifo il genere umano (riferendosi allo show business), ma è davvero troppo poco per giustificare la visione dell'intero film.
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categoria:cinema
martedì, 22 aprile 2008
INCUBO SULLA CITTA' CONTAMINATA
Regia: Umberto Lenzi
Attori: Hugo Stiglitz, Laura Trotter, Mel Ferrer, Francisco Rabal
Anno: 1980
Produzione: Italia



Ed eccoci giunti al cospetto di uno dei più grandi trash mai diretti da Lenzi, uno zombie-movie tra i più deliranti che la cinematografia di serie z ricordi, già divenuto cult movie visti anche pareri molto positivi dati da gente come Tarantino e Rodriguez, che di spazzatura se ne intende. Siamo in una non meglio precisata località inglese dove la gente guida col volante a sinistra, e dal nulla arriva un misterioso aeroplano non identificato in un areoporto. Sfortuna vuole che i passeggeri del misterioso velivolo sono tutti zombi, che appena usciti iniziano a diffondere il contagio per la città massacrando e divorando chi gli capita a tiro. Detto così sembra la trama dello zombie-movie più banale, trito e ritrito, ma non è così. Danny Boyle e Zack Snyder forse hanno da pagare più di un debito alla cinematografia horror italiana degli anni '80, visto che sia questo film che lo Zombi Horror di Bianchi possono vantarsi, nella loro demenza generale, di aver presentato per la prima volta sullo schermo una figura di zombi assolutamente innovativa: quello dello zombi più intelligente degli esseri umani. Se nel cult di Bianchi gli zombi scalano pareti, si vestono da monaci, diventano cecchini e all'occorrenza si improvvisano falegnami per costruire un ariete con cui abbattere una porta, qui li vediamo alla guida di automobili! Li vediamo evitare pugni manco avessero dei riflessi da karateka, li vediamo tendere imboscata con un'esca, e li vediamo pure andare in giro a sparare con mitra e pistole assortite prendendo attentamente la mira! Ma le cose non si fermano qui, perchè motivi per guardare questo trashone sono riscontrabili in altri grandi aspetti: nei lunghi e ridicoli pistolotti sociologici di cui discorrono i due protagonisti principali in più riprese; nella leggendaria figura del Filosofo, un paziente di un ospedale così aprostrofato unicamente per i suoi banalissimi discorsi anti-capitalistici (tralaltro muore subito, ma la demenza della sua figura rimane indelebile); nell'abuso esagerato di bruttissime scene action addirittura girate al rallenty; nel grottesco finale, impossibile da spoilerare vista la sua demenza assoluta; e infine nell'assoluta genialità di alcuni dialoghi di puro culto. Tra le tante perle, ecco una tipica conversazione tra marito e moglie: "non ti piace la mia scultura?", "è l'unica tra le tue che mi dà angoscia", "se vuoi la distruggo". Altra situazione: i militari vanno a casa della figlia di un generale a prendere lei ed il marito per portarli al sicuro. Lei ovviamente tutta preoccupata si domanda del perchè questo, e cosa le dice il maritino per tirarla su di morale? "Sarà scoppiata qualche guerricciola!" Fantastico! L'orrida colonna sonora, le interpretazioni "canine" generali (ma che ci fanno qui Rabal e Ferrer?) e la tendenziale ripetitività della sceneggiatura in più riprese portano alla noia, ma tutti gli aspetti sopra elencati e sopratutto l'assurdo low-budget generale (scene splatter pochissime! Non si vedono neanche mai i tagli o gli sbudellamenti procurati dagli zombi, visto che costava troppo fare effetti speciali!) riescono in ogni caso a far digerire volentieri il film e renderlo davvero un culto per gli amanti del genere (o de-genere?).
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categoria:cinema
lunedì, 21 aprile 2008
INTO THE WILD: NELLE TERRE SELVAGGE
Regia: Sean Penn
Attori: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Vince Vaughn
Anno: 2007
Produzione: USA



Cosa cercava Christopher McCandless quando, alla fine degli anni '80, abbandonando i legami familiari, la società ed il genere umano, si avventurò da solo nelle terre selvagge americane? Christopher è quello che si potrebbe definire oggi un giovane idealista: una velenosa situazione familiare, il disprezzo verso le istituzioni ed il capitalismo, una voglia di evadere dai dolore dei legami... tutto ciò portò quest'appena laureato 20enne, disgustato dal mondo, a rifugiarsi e cercare la propria serenità nel puro eremitaggio, nel vagabondare nella natura e nella solitudine per poter cercare una sua specifica felicità. Il (tragico) viaggio di Christopher è quindi diventato un romanzo già diventato cult, e l'attore Sean Penn, subito dopo averlo letto, ha cercato di rilevarne i diritti ottenendoli dopo ben 10 anni. Ne è quindi scaturito questo film, che diviso in cinque ipotetici capitoli (atti a simboleggiare la crescita del neonato Alexander Supertramp, nuova identità assunta da Christopher all'inizio del suo viaggio) narra l'intera storia del giovanissimo idealista e dei suoi vari incontri con la gente durante il suo peregrinare solitario nelle terre selvagge. E bisogna dare atto che, per gran parte della sua lunga durata, il film sembra funzionare davvero. Sean Penn dirige bene, grazie ad una notevole intensità visiva (la splendida fotografia di Eric Gautier) ed una buonissima sceneggiatura, l'intera storia di Christopher senza mai tediare lo spettatore ma tenendolo invece intrigato dalle splendide locazioni, dall'ottima prova recitativa generale e da una perfetta combinazione di momenti tipicamente riflessivi mischiati a sequenze cinematografiche puramente "documentaristiche". Il viaggio tra USA e Messico è appassionante, coinvolgente, intrigante e riuscito, e anche se si sa già dove si vuole andare a parare la curiosità di vedere come termina la storia invoglia discretamente ad andare avanti. Poi, come ad abbassare le mire talentuose del film arriva la seconda parte, inquadrabile più o meno dall'incontro tra Christopher ed un vecchio veterano che gli si affeziona e che arriva a vederlo come un figlio: dopo quasi due ore di pellicola, una parte così psicologica e così zeppa di dialoghi inizia a rendere pesante la visione. Il lungo ed infinito finale poi, dove Christopher arriva nei momenti della sua morte a rendersi conto dell'ingenuità della sua ambizione, è la mazzata finale: la visione diventa così pesante che è pure difficile commuoversi per la sua sorte. Alla morale finale, quell' "happiness must be shared with others", era possibile arrivarci con una buona mezz'ora in meno. Siamo sicuramente al cospetto di un film talentuoso capace addirittura di mirare alla nomea di cult movie, ma la non indifferente lunghezza e l'estrema pesantezza riscontrabile nella parte finale rivelano una sceneggiatura riuscita a metà e su cui si sarebbe potuto lavorare meglio.
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categoria:cinema
domenica, 06 aprile 2008
LA TERRA DEI MORTI VIVENTI
Regia: George A. Romero
Attori: Simon Baker, John Leguizamo, Robert Joy, Asia Argento, Dennis Hopper
Anno: 2005
Produzione: USA



In una Terra totalmente invasa dai morti viventi, gli ultimi avamposti dell'umanità sono simboleggiati da una gigantesca città/roccaforte governata dal corrotto Kaufman, dove i sopravissuti passano la loro vita cercando di dimenticare ciò che sta fuori da essa. Questo clima di benessere verrà messo a rischio quando Cholo, mercenario al servizio di Kaufman, deciderà di ribellarsi ai soprusi del suo padrone rubando il Dead Reckoning (una sorta di gigantesco bus/tank militarmente attrezzato con missili) e minacciando di usarlo per abbattere la città, se non gli verrà consegnata una grande somma di denaro. Kaufman schiererà quindi contro Cholo il gruppo di Riley, creatore del Dead Reckoning ed idealista in cerca di una terra tutta sua da abitare in solitudine....

Dopo oltre 20 anni dal precedente Day of the dead, dopo sceneggiature riscritte infinite volte, dopo il progetto (tramontato) di dirigere il film di Resident Evil, ed infine dopo nuovi problemi sorti con l'America per le tematiche eccessivamente nichilistiche in pieno post-11 settembre, era ovvio che le quotazioni su Romero e sul suo attesissimo Land of the Dead, da parte dei fans, salissero in modo spropositato. E' così che si spiega il perchè, nel 2005, quando al cinema esce il quarto episodio della più importante saga cinematografica horror di tutti i tempi, le fortissime aspettative vengono grandemente deluse ed il film si rivela un discreto flop di pubblico e critica. Capire il perchè non è difficile visto che, banalmente, La Terra dei morti viventi non si avvicina neanche minimamente alla grandezza della mitica trilogia. Rispetto al passato abbiamo una grande fotografia, effetti gore impressionanti e ben fatti (epurati, ahinoi, nelle sale cinematografiche: per la versione integrale è d'obbligo rivolgersi al dvd) e addirittura attori di un certo livello, eppure quanto a contenuti siamo messi maluccio. Tante sono anche questa volta le metafore simboliche ed ironiche sulla debolezza e sull'ignominia dell'animo umano (disprezzo per il valore della morte; il rintanarsi come uno struzzo facendo finta che i problemi non esistano, etc.), ma l'impressione generale è che i tre precedenti film della saga, tutti decisamente meno costosi e senza voler esagerare a tutti i costi riempendosi di significati eccessivamente politici, fossero riusciti meglio nel loro intento di riflettere sui problemi e sui paradossi della società consumistica con l'ausilio di poche frecciatine ben dirette. Al di là comunque dell'essenza di epicità e di spettacolarità, di una OST decente e di un soggetto veramente buono (che già bastano a relegare Land of the Dead ad anello più debole della quadrilogia), gli amanti dello zombie-movie non potranno non apprezzare la qualità in sè del prodotto, decisamente tra i migliori che si ricordino, negli ultimi anni del genere. La buona caratterizzazione generale dell'intero cast, infatti, unito ad un buon numero di scene sanguinose e al buon ritmo generale riescono a rendere la visione particolarmente interessante e divertente, quel che basta almeno per giustificare la visione del film. Peccato per certe trovate al limite del ridicolo (gli zombie che attraversano da soli una diga senza neanche nuotare, bensì semplicemente attraversandola da sott'acqua), per le scene orrorifiche prevedibili e per la banale constatazione che da Romero ci si aspettava infinitamente meglio, ma appurato che per il regista era quasi impossibile ripetersi agli immensi livelli del passato, bisogna prendere atto che la Terra dei morti viventi è un ottimo horror che non deluderà assolutamente i fans del genere, tolti quelli dal palato troppo fine o che non sanno staccarsi dai ricordi del passato.
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categoria:cinema