lunedì, 19 maggio 2008
DR. CHOPPER
Regia: Lewis Schoenbrun
Attori: Robert Adamson, Ed Brigadier, Costas Mandylor, Chelsey Crisp
Anno: 2005
Paese: USA
Cinque ragazzi decidono di andare in un cottage in montagna per passare qualche giorno all'insegna del sesso e del divertimento, ma dovranno fare i conti con il folle chirurgo Fielding, detto Dr. Chopper vista la moto che cavalca. Dr. Chopper è infatti un arzillo 87enne che allunga la sua vita smembrando le sue vittime ed usandone gli organi per accrescere la sua vita, e proprio per questo manda le sue folli assistenti a uccidere i ragazzi...
Curioso. Questa è sicuramente la prima parola che viene in mente, a visionare quello che si presenta (e viene presentato) come un trash stile Troma e che invece si rivela inspiegabilmente serio in più riprese, anzi pure degno di poter vantare alcune scene che, se non sono di tensione, sicuramente ridere non fanno. I giudizi quasi unanimi di stroncatura rendono poi ancora più incredibile il come sia stato recepito un pò ovunque in giro, perchè a dispetto dei debiti che deve pagare a diversi classici (Non aprite quella porta in primis) Dr. Chopper si tratta di un slasher abbastanza serio, e pure riuscito secondo certi punti di vista. Le discrete prove interpretative sono infatti la prima cosa che salta all'occhio in quello che dovrebbe essere uno z-movie: le esclamazioni di stupore, di tristezza (il poliziotto Terrell che vuole suicidarsi) e di disperazione sono indubbiamente ben interpretate da un nutrito staff di sconosciuti attori dalle buone doti recitative, e le scene splatter sono pure abbastanza mortificanti da non risultare affatto ridicole (come spesso avviene in produzioni di questo tipo). Sicuramente tensione vera e propria non la si prova mai guardando Dr. Chopper, eppure la professionalità della regia e degli attori riescono nell'impresa di rendere il film inspiegabilmente serio in più riprese, e qui non si riesce davvero a capire se si tratta di una cosa voluta o no (Schoenbrun voleva fare un film serio o trash?). Difatti, quasi a contrastare la serietà con cui Dr. Chopper è stato diretto, abbiamo ogni tanto dei dialoghi inspiegabilmente comici ("ti voglio bene figliolo, ma non devi ammazzare le mie troie!"), alcune morti orribilmente veloci e gratuite da potersi definire ridicole, ed il look del boogeyman stesso, che fa ridere solo a vedersi. Volendo correre sopra questi "difetti" il verdetto è palese: se siete interessati ad un trash evitate la visione. Se siete alla cerca di un discreto slasher "serio" con buone caratterizzazioni dei personaggi avete trovato quel che cercate.
lunedì, 12 maggio 2008
RATATOUILLE
Regia: Brad Bird
Anno: 2007
Paese: USA

Rémy è un ratto parigino che adora lo chef francese Gusteau, famosissimo proprietario di un ristorante caduto in disgrazia e fautore del "chiunque può cucinare" pensiero. Quando la colonia a cui appartiene verrà scacciata, Rèmy finirà con trovare posto proprio nel ristorante di Gusteau. Qui potrà finalmente mettere a frutto le sue conoscenze culinarie, facendo da marionettista a Linguini, giovane ed introverso ragazzo divenuto nel frattempo suo amico. La coppia farà faville, e si troveranno insieme a dover affrontare sia il proprietario attuale del ristorante e sia Anton Ego, il più spietato critico di Parigi...
Se mai dovesse servire una ennesima conferma della sbalorditiva qualità di tutte le produzioni Pixar, Ratatouille sarà il loro nuovo film da vedere. Ma stavolta lo studio di Steve Jobs è andato ancora oltre, e dopo l'ottimo ma sfortunato Cars realizza, con una fantasia ed un numero sfrenato di idee, quello che si può certamente reputare un capolavoro del genere. Ratatouille è, molto probabilmente, il miglior film mai realizzato dal famosissimo studio, e non ci vorrà molto a capirne il perchè: tralalasciando di commentare la magnificenza grafica a cui siamo stati da loro abituati (i movimenti dei ratti, il loro pelo che reagisce ad azioni naturali esterne come elettricità o acqua, la qualità delle animazioni, i dettagliatissimi sfondi... il software RenderMan realizza nuovamente un gioiello CGI di inaudita bellezza visiva), è l'eccezionale sceneggiatura che merita solo elogi. I conflitti interiori di Rèmy, i suoi dialoghi con la sua coscienza che ha il volto di Gusteau, le numerose citazioni cinematotografiche (Rocky, film d'avventura, lo stesso Gli Incredibili della Pixar), moltissime gag e scene d'azione esilaranti, geniali dialoghi, la mimica dei divertentissimi volti di tutti i personaggi... lo script dello stesso regista Bird è fantastico, non conosce punti morti ed è frizzante e pieno di trovate. Oltretutto non mancheranno poi riflessioni (il ruolo della donna nel lavoro, l'accettazione del "diverso") e tematiche serie e ottimamente approfondite come l'amicizia (nasce per caso, diventa intensa, conosce cadute, poi c'è la riappacificazione), tutto perfettamente amalgamato in uno dei migliori film d'animazione che si ricordino. Se fino a non molti anni fa i film totalmente in computer graphic venivano visti come troppo avveniristici e freddi, si può ben dire che questo Ratatouille sia il primo in assoluto capace di rivaleggiare, come fantasia e senso di magia, con le pluriosannate produzioni disney dei bei tempi che furono. Se la CGI diverrà sempre più uno standard, Ratatouille potrà ben vantarsi di essere il primo vero capolavoro in questo genere. Assolutamente da vedere.
martedì, 29 aprile 2008
7 MUMMIES
Regia: Nick Quested
Attori: Cerina Vincent, Danny Trejo, Andrew Bryniaski, Billy Drago
Anno: 2005
Produzione: USA

Un gruppo di banditi riesce ad evadere dal furgone della polizia che li stava trasportando ad un penitenziario. Trovatosi in pieno deserto messicano, il gruppo decide di prendere in ostaggio una poliziotta, e iniziano così un'odissea per trovare un rifugio dove riposarsi. Incontreranno un vecchio messicano, che li metterà a conoscenza di un gigantesco tesoro sotterrato da quelle parti: inutile dire che il gruppo tenterà di trovarlo, e si avventurerà così dentro una città fantasma....
"L'avidità non muore mai!". Se si è in cerca di qualche trashone per farsi due risate, sono piccoli particolari come questa frase sulla locandina del dvd, a convincere a visionare. Nel caso specifico, però, 7 Mummies non è certo il miglior b-movie che vi può capitare di trovare, e neanche uno dei migliori trash. Quello che sembra un onesto western-trash-horror interpretato da attori provenienti da famosi serial tv (CSI: Las Vegas sopratutto) si rivela, successivamente, semplicemente un trash poco più che gradevole, con pochi momenti di ilarità e molta noia. Ok, in chiave spazzatura la colonna sonora rap/metal (in background western!) può anche andare bene, così come la figura del ridicolo messicano canterino e ridaciano, le sette mummie finali che praticano arti marziali ed il ridicolo inseguimento finale tra due sopravissuti in moto ed uno zombie in cavallo che li insegue, ma sono sporadiche esplosioni d'ilarità in un contesto assolutamente vuoto e sonnolento. Tutto il resto è infatti uno sterile remake di "Dal tramonto all'alba", con poco splatter, poche scene di nudo, assenza totale di tensione, coinvolgimento e logica. A che servono questi lunghi dialoghi inutili? A che servono queste pennellate di action scadente? E tutti questi punti morti dove non succede assolutamente nulla? Purtroppo c'è poco da fare: 7 Mummies è un brutto b-movie e basta, consigliabile solo agli amanti più oltranzisti del trash. Una visione decisamente sconsigliata, ai più.
lunedì, 28 aprile 2008
LA CROCE DELLE SETTE PIETRE
Regia: Marco Antonio Andolfi
Attori: Marco Antonio Andolfi, Annie Belle, Gordon Mitchell
Anno: 1987
Produzione: Italia

Circolato in Italia anche con l'incredibile titolo alternativo "la camorra contro l'uomo lupo", il cult di Andolfi è un film brutto, ma così brutto che in molti lo indicano come il più grande z-movie della filmografia italiana di sempre. Questo non ci è dato saperlo (quella tra Mattei e Andolfi è una bella sfida) ma di sicuro la Croce delle Sette pietre è uno dei più grandi capolavori trash che chi scrive abbia mai veduto. Il menù è tra i più gustosi che gli appassionati del genere abbiano mai visto: tutto è così assurdamente ridicolo e senza senso che un buon 80% del film sono solo schizofreniche risate! Parlare di un horror ambientato a Napoli e recitato in totale napoletano già dovrebbe essere un'ottima motivazione per il pubblico underground per guardare questo capolavoro, ma fortunatamente c'è così tanto materiale di culto da rendere la visione obbligatoria per qualsiasi appassionato di cinema, solo per vedere fin dove può giungere la degenerazione umana. Ecco quindi la storia: c'è un protagonista (interpretato dallo stesso regista) che appena giunto a Napoli si vede rubare da alcuni delinquenti un suo crocefisso con sette pietre incastrate. Disperato per chissà quale ragione, inizia una lunga ricerca per ritrovare il prezioso cimelio, arrivando quindi a mettersi contro la camorra che conduce il traffico di oggetti rubati. Presto scopriremo perchè lo sventurato eroe ci tiene così tanto a quel bruttissimo crocefisso: lui è in verità un lupo mannaro, e la croce ha il potere di impedirgli di trasformarsi. Il look da licantropo è un qualcosa di semplicemente meraviglioso: altro che peluria o altro, il nostro amico licantropo è totalmente nudo come un verme, con solo una mascherina da cane che gli copre gli occhi! Eccezionale! La trasformazione poi è tra i grandi momenti indimenticabili del trash: si tratta di una trasformazione alla Jack Pierce, solo che è lentissima! Per quasi tre minuti vediamo semplicemente il primo piano del volto del protagonista che inizia a trasformarsi a tempi bradipeschi, con qualche batuffolo di pelo che ogni tanto appare sul viso! E con in sottofondo rumori della savana e degli elefanti!! Culto assoluto! Poi ancora... c'è un misterioso prete dal volto ridicolo che ogni tanto lo vediamo impegnato in assurde orge/messe nere intento a invocare il demone Aborym con una pronuncia che fa morire dal ridere, e fino alla fine non si saprà cosa c'entra con la trama principale; c'è il demone Aborym che è in pratica un assurdo costume da yeti; c'è una ragazza che si innamora perdutamente del protagonista unicamente dopo che questi le ha offerto da bere; vi è una straniante scena dove il protagonista, trasformato nel lupo mannaro, prende per le spalle un camorrista e questi si scioglie (????!!!!!!)... si arriva poi anche alla sequenza trash definitiva, ossia un lunghissimo sogno (collocabile a metà film) dove per ben 6 volte, tra flashback e sequenze riciclate, vediamo una ridicola testa di demone flashare una esilarante luce rossa vistosamente fatta a PC (risalente a chissà quale secolo). Rovinare questo capolavoro con ulteriori spoiler sarebbe un delitto (anticipo solamente che appare pure il volto di Gesù sullo sfondo!), quindi il commento si conclude qui con un caldissimo invito a guardarvi uno tra gli horror più ridicoli, allucinanti, fumati e fuori di testa che probabilmente la cinematografia mondiale abbia mai partorito. Assolutamente da reperire Talisman, ossia La Croce dalle Sette Pietre director's cut: sembra Andolfi abbia aggiunto addirittura sequenze documentaristiche di guerra, mirando a creare il trashone definitivo.
mercoledì, 23 aprile 2008
SENSO PROIBITO
Regia: Tani Capa
Attori: Antonio Zequila, Gala Orlova, Laura Tomasi
Anno: 1995
Produzione: Italia

Andrea è un giovane fotografo di successo che decide di abbandonare il mestiere per darsi alla cinematografia. Conoscerà gli aspetti più torbidi e malsani dello show business, dove solo in cambio di prestazioni sessuali si può giungere ai finanziamenti richiesti...
Orribile soft-core italiano del '95, Senso Probito è uno dei più brutti film erotici che si siano mai visti. Troppo poco spinto per poter piacere agli amanti del genere, e troppo poco intellettuale per poter interessare chi è vagamente interessato alla premessa di critica sociale di cui il film vuole farsi bandiera, il film dello sconosciuti Tani Capa potrà destare qualche minimo sprazzo d'interesse unicamente ai fan di Zequila, ridicolo belloccio salito negli ultimi anni alla ribalta con la partecipazione al reality show dell'Isola dei Famosi. E, in effetti, qualche gustosa scena trash col ridicolo attore c'è. Ci sono alcuni gustosi momenti (pochi purtroppo) nel quale vediamo il grand'uomo chiamare delle ragazze con un ridicolo e gigantesco walkie-tokie venuto da chissà quale era geologica, e c'è pure una scena di culto nel quale lo vediamo gettare per terra una sigaretta imprecando. Purtroppo però sono rari momenti di ilarità in un contesto assolutamente vuoto e noioso, e se anche si potrà ridere nell'assurdità generale della trama (ovunque Andrea vada le fanciulle lo accolgono sempre a braccia e gambe aperte) e sulla caratterizzazione demente di alcuni individui, la noia di numerose scene di sesso ai minimi termini erotici rendono il film assolutamente interminabile. Di culto la scena finale dove Andrea tira fuori un pistolotto morale ridicolo su quanto fa schifo il genere umano (riferendosi allo show business), ma è davvero troppo poco per giustificare la visione dell'intero film.
martedì, 22 aprile 2008
INCUBO SULLA CITTA' CONTAMINATA
Regia: Umberto Lenzi
Attori: Hugo Stiglitz, Laura Trotter, Mel Ferrer, Francisco Rabal
Anno: 1980
Produzione: Italia

Ed eccoci giunti al cospetto di uno dei più grandi trash mai diretti da Lenzi, uno zombie-movie tra i più deliranti che la cinematografia di serie z ricordi, già divenuto cult movie visti anche pareri molto positivi dati da gente come Tarantino e Rodriguez, che di spazzatura se ne intende. Siamo in una non meglio precisata località inglese dove la gente guida col volante a sinistra, e dal nulla arriva un misterioso aeroplano non identificato in un areoporto. Sfortuna vuole che i passeggeri del misterioso velivolo sono tutti zombi, che appena usciti iniziano a diffondere il contagio per la città massacrando e divorando chi gli capita a tiro. Detto così sembra la trama dello zombie-movie più banale, trito e ritrito, ma non è così. Danny Boyle e Zack Snyder forse hanno da pagare più di un debito alla cinematografia horror italiana degli anni '80, visto che sia questo film che lo Zombi Horror di Bianchi possono vantarsi, nella loro demenza generale, di aver presentato per la prima volta sullo schermo una figura di zombi assolutamente innovativa: quello dello zombi più intelligente degli esseri umani. Se nel cult di Bianchi gli zombi scalano pareti, si vestono da monaci, diventano cecchini e all'occorrenza si improvvisano falegnami per costruire un ariete con cui abbattere una porta, qui li vediamo alla guida di automobili! Li vediamo evitare pugni manco avessero dei riflessi da karateka, li vediamo tendere imboscata con un'esca, e li vediamo pure andare in giro a sparare con mitra e pistole assortite prendendo attentamente la mira! Ma le cose non si fermano qui, perchè motivi per guardare questo trashone sono riscontrabili in altri grandi aspetti: nei lunghi e ridicoli pistolotti sociologici di cui discorrono i due protagonisti principali in più riprese; nella leggendaria figura del Filosofo, un paziente di un ospedale così aprostrofato unicamente per i suoi banalissimi discorsi anti-capitalistici (tralaltro muore subito, ma la demenza della sua figura rimane indelebile); nell'abuso esagerato di bruttissime scene action addirittura girate al rallenty; nel grottesco finale, impossibile da spoilerare vista la sua demenza assoluta; e infine nell'assoluta genialità di alcuni dialoghi di puro culto. Tra le tante perle, ecco una tipica conversazione tra marito e moglie: "non ti piace la mia scultura?", "è l'unica tra le tue che mi dà angoscia", "se vuoi la distruggo". Altra situazione: i militari vanno a casa della figlia di un generale a prendere lei ed il marito per portarli al sicuro. Lei ovviamente tutta preoccupata si domanda del perchè questo, e cosa le dice il maritino per tirarla su di morale? "Sarà scoppiata qualche guerricciola!" Fantastico! L'orrida colonna sonora, le interpretazioni "canine" generali (ma che ci fanno qui Rabal e Ferrer?) e la tendenziale ripetitività della sceneggiatura in più riprese portano alla noia, ma tutti gli aspetti sopra elencati e sopratutto l'assurdo low-budget generale (scene splatter pochissime! Non si vedono neanche mai i tagli o gli sbudellamenti procurati dagli zombi, visto che costava troppo fare effetti speciali!) riescono in ogni caso a far digerire volentieri il film e renderlo davvero un culto per gli amanti del genere (o de-genere?).
lunedì, 21 aprile 2008
INTO THE WILD: NELLE TERRE SELVAGGE
Regia: Sean Penn
Attori: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Vince Vaughn
Anno: 2007
Produzione: USA

Cosa cercava Christopher McCandless quando, alla fine degli anni '80, abbandonando i legami familiari, la società ed il genere umano, si avventurò da solo nelle terre selvagge americane? Christopher è quello che si potrebbe definire oggi un giovane idealista: una velenosa situazione familiare, il disprezzo verso le istituzioni ed il capitalismo, una voglia di evadere dai dolore dei legami... tutto ciò portò quest'appena laureato 20enne, disgustato dal mondo, a rifugiarsi e cercare la propria serenità nel puro eremitaggio, nel vagabondare nella natura e nella solitudine per poter cercare una sua specifica felicità. Il (tragico) viaggio di Christopher è quindi diventato un romanzo già diventato cult, e l'attore Sean Penn, subito dopo averlo letto, ha cercato di rilevarne i diritti ottenendoli dopo ben 10 anni. Ne è quindi scaturito questo film, che diviso in cinque ipotetici capitoli (atti a simboleggiare la crescita del neonato Alexander Supertramp, nuova identità assunta da Christopher all'inizio del suo viaggio) narra l'intera storia del giovanissimo idealista e dei suoi vari incontri con la gente durante il suo peregrinare solitario nelle terre selvagge. E bisogna dare atto che, per gran parte della sua lunga durata, il film sembra funzionare davvero. Sean Penn dirige bene, grazie ad una notevole intensità visiva (la splendida fotografia di Eric Gautier) ed una buonissima sceneggiatura, l'intera storia di Christopher senza mai tediare lo spettatore ma tenendolo invece intrigato dalle splendide locazioni, dall'ottima prova recitativa generale e da una perfetta combinazione di momenti tipicamente riflessivi mischiati a sequenze cinematografiche puramente "documentaristiche". Il viaggio tra USA e Messico è appassionante, coinvolgente, intrigante e riuscito, e anche se si sa già dove si vuole andare a parare la curiosità di vedere come termina la storia invoglia discretamente ad andare avanti. Poi, come ad abbassare le mire talentuose del film arriva la seconda parte, inquadrabile più o meno dall'incontro tra Christopher ed un vecchio veterano che gli si affeziona e che arriva a vederlo come un figlio: dopo quasi due ore di pellicola, una parte così psicologica e così zeppa di dialoghi inizia a rendere pesante la visione. Il lungo ed infinito finale poi, dove Christopher arriva nei momenti della sua morte a rendersi conto dell'ingenuità della sua ambizione, è la mazzata finale: la visione diventa così pesante che è pure difficile commuoversi per la sua sorte. Alla morale finale, quell' "happiness must be shared with others", era possibile arrivarci con una buona mezz'ora in meno. Siamo sicuramente al cospetto di un film talentuoso capace addirittura di mirare alla nomea di cult movie, ma la non indifferente lunghezza e l'estrema pesantezza riscontrabile nella parte finale rivelano una sceneggiatura riuscita a metà e su cui si sarebbe potuto lavorare meglio.
domenica, 06 aprile 2008
LA TERRA DEI MORTI VIVENTI
Regia: George A. Romero
Attori: Simon Baker, John Leguizamo, Robert Joy, Asia Argento, Dennis Hopper
Anno: 2005
Produzione: USA

In una Terra totalmente invasa dai morti viventi, gli ultimi avamposti dell'umanità sono simboleggiati da una gigantesca città/roccaforte governata dal corrotto Kaufman, dove i sopravissuti passano la loro vita cercando di dimenticare ciò che sta fuori da essa. Questo clima di benessere verrà messo a rischio quando Cholo, mercenario al servizio di Kaufman, deciderà di ribellarsi ai soprusi del suo padrone rubando il Dead Reckoning (una sorta di gigantesco bus/tank militarmente attrezzato con missili) e minacciando di usarlo per abbattere la città, se non gli verrà consegnata una grande somma di denaro. Kaufman schiererà quindi contro Cholo il gruppo di Riley, creatore del Dead Reckoning ed idealista in cerca di una terra tutta sua da abitare in solitudine....
Dopo oltre 20 anni dal precedente Day of the dead, dopo sceneggiature riscritte infinite volte, dopo il progetto (tramontato) di dirigere il film di Resident Evil, ed infine dopo nuovi problemi sorti con l'America per le tematiche eccessivamente nichilistiche in pieno post-11 settembre, era ovvio che le quotazioni su Romero e sul suo attesissimo Land of the Dead, da parte dei fans, salissero in modo spropositato. E' così che si spiega il perchè, nel 2005, quando al cinema esce il quarto episodio della più importante saga cinematografica horror di tutti i tempi, le fortissime aspettative vengono grandemente deluse ed il film si rivela un discreto flop di pubblico e critica. Capire il perchè non è difficile visto che, banalmente, La Terra dei morti viventi non si avvicina neanche minimamente alla grandezza della mitica trilogia. Rispetto al passato abbiamo una grande fotografia, effetti gore impressionanti e ben fatti (epurati, ahinoi, nelle sale cinematografiche: per la versione integrale è d'obbligo rivolgersi al dvd) e addirittura attori di un certo livello, eppure quanto a contenuti siamo messi maluccio. Tante sono anche questa volta le metafore simboliche ed ironiche sulla debolezza e sull'ignominia dell'animo umano (disprezzo per il valore della morte; il rintanarsi come uno struzzo facendo finta che i problemi non esistano, etc.), ma l'impressione generale è che i tre precedenti film della saga, tutti decisamente meno costosi e senza voler esagerare a tutti i costi riempendosi di significati eccessivamente politici, fossero riusciti meglio nel loro intento di riflettere sui problemi e sui paradossi della società consumistica con l'ausilio di poche frecciatine ben dirette. Al di là comunque dell'essenza di epicità e di spettacolarità, di una OST decente e di un soggetto veramente buono (che già bastano a relegare Land of the Dead ad anello più debole della quadrilogia), gli amanti dello zombie-movie non potranno non apprezzare la qualità in sè del prodotto, decisamente tra i migliori che si ricordino, negli ultimi anni del genere. La buona caratterizzazione generale dell'intero cast, infatti, unito ad un buon numero di scene sanguinose e al buon ritmo generale riescono a rendere la visione particolarmente interessante e divertente, quel che basta almeno per giustificare la visione del film. Peccato per certe trovate al limite del ridicolo (gli zombie che attraversano da soli una diga senza neanche nuotare, bensì semplicemente attraversandola da sott'acqua), per le scene orrorifiche prevedibili e per la banale constatazione che da Romero ci si aspettava infinitamente meglio, ma appurato che per il regista era quasi impossibile ripetersi agli immensi livelli del passato, bisogna prendere atto che la Terra dei morti viventi è un ottimo horror che non deluderà assolutamente i fans del genere, tolti quelli dal palato troppo fine o che non sanno staccarsi dai ricordi del passato.
lunedì, 03 marzo 2008
THREE... EXTREMES
Regia: Takashi Miike, Fruit Chan, Park Chan-wook
Attori: Kyoko Hasegawa, Miriam Yeung Chin Wah, Lee Byung-Hun, Won-hie Lim
Anno: 2004
Produzione: Giappone - Hong Kong - Corea del Sud

Seconda puntata della serie Three, nata nel 2002 con lo scopo di presentare in ogni episodio tre storie dell'orrore e del grottesco narrate dai migliori registi di genere asiatici. Questa volta è il turno di Miike (Ichi the Killer, Audition), Fruit Chan (Durian Durian) e Chan-wook (Old Boy) dire la loro sull'argomento, ossia rispettivamente il cinema giapponese, hongkonghese e sudcoreano. Altro buon risultato? Sì e no. Se lo scopo di ogni regista era, come si legge in giro, attecchire le sensibilità di ogni genere di pubblico attraverso storie allucinanti e disturbanti, il risultato si può dire sicuramente riuscito. Se invece vogliamo giudicare in sè ciascuno di questi singoli episodi, le valutazioni tedono a essere abbastanza contrastanti. Si inizia con "Box" di Miike, sicuramente il migliore della trilogia: la scrittrice Kyoko riceve in regalo dal presidente della sua casa editrice un mini box con carillon, che le farà tornare a mente terribili ricordi legati ad un incidente da lei commesso molti anni prima ai danni della sorellina gemella e del patrigno. Miike stupisce, non solo per la totale assenza di sangue o scene splatter, ma sopratutto per la visionarietà della storia. I temi oscuri della famiglia "scomoda" (Visitor Q, Imprint) ci sono tutti e anche stavolta abbiamo a che fare con una storia dai toni estremamente disturbanti e racrapriccianti, ma la sensibilità con cui è stato diretto riporta alla mente quel capolavoro che è Audition: una regia lenta e virtuosa coadiuvata da una fotografia superba ci guida attraverso freddissimi paesaggi innevati, mentre la raffinatezza e il formalismo delle scenografie e dei costumi ricorda addirittura certe produzioni di Lynch e Kitano. I dialoghi quasi inesistenti e quasi sussurrati contribuiscono infine a rendere Box un episodio visionario e onirico, dalla sorprendente conclusione che non si dimentica: un piccolo gioiello. La qualità inizia quindi a diminuire col successivo "Dumplings" di Fruit Chan, disturbante incubo metropolitano che vede una attrice 40enne in crisi iniziare una cura ricostituente attraverso ravioli riempiti di feti umani. Stupiscono in questo film due cose: lo stile di regia ben più diretto, sveglio e veloce con cui è stato girato (in totale contrapposizione con il lentissimo episodio di Miike) e l'assoluta inconcludezza della storia. Dumplings ha una buona durata, dei momenti estremamente disgustosi (il terribile aborto con fil di ferro nella vasca da bagno) ed una buona interpretazione, ma non si riesce proprio a capire il suo senso ultimo. Se vuole essere una critica a chi abbandona qualsiasi scrupolo pur di raggiungere i suoi scopi, allora probabilmente si può anche dire che riesce nel suo intento; ma tutti i personaggi abbandonati nel finale e l'assenza di una conclusione fanno rimanere a memoria Dumplings come un onesto mediometraggio che a parte una buona idea e alcune trovate malsane non ha assolutamente nulla da dire. Non per nulla Fruit Chan ha poi ampliato questo episodio girando nuove scene e facendone un vero e proprio lungometraggio con un nuovo finale: chissà che venga spiegata lì la raison d'etre di questo episodio. Le cose calano ancora di più nel conclusivo "Cut" di Chan-wook. La situazione di partenza è allucinante: un ricco e affermato regista, famoso per essere un bravissima persona, viene rapito assieme a sua moglie e si risveglia sul set di un film. Chi lo ha rapito è un pazzo squilibrato che faceva la comparsa nei suoi film, e che vuole scavare nell'animo del regista rivelandone la vera indole ipocrita. Per far questo sottoporrà lo sventurato ad un'allucinante tortura: dovrà strangolare una bambina anche lei rapita, altrimenti ogni cinque minuti taglierà un dito a sua moglie. Poco da scrivere in questo caso: il sangue scorre copioso, la regia è talentuosa e mischia benissimo cg e riprese reali, la storia sembra anche interessante... ma il tutto non convince pienamente. Colpa anche di un finale assolutamente enigmatico e contorto quasi impossibile da capire, Cut si rivela, più che un horror, un grottesco thriller che fatica a convincere. L'assoluta bellezza delle scenografie e delle luci (che donano un appeal elettrico e asfissiante alle locations) non riesce infatti a mascherare la povertà dei dialoghi, la noia che scorre intensa e sopratutto l'assoluta inadeguatezza di certe scenette umoristiche utilizzate per dimostrare la pazzia dello psicotico carnefice (non trasmettono inquietudine, bensì indifferenza). Anche il messaggio di fondo, ossia che dietro la facciata della più brava persona vi è sempre del marcio dietro, lascia il tempo che trova vista la bruttezza generale. Tirando le somme, Three...Extremes è un film interessante: tecnicamente perfetto (nella regia come nelle numerose interpretazioni), riserva diverse sorprese agli amanti dello splatter, ma la qualità dei tre episodi non è ottimale e due su tre potevano essere sviluppati decisamente meglio.
domenica, 02 marzo 2008
KZ9 LAGER DI STERMINIO
Regia: Bruno Mattei
Attori: Ivano Staccioli, Gabriele Carrara, Giovanni Attanasio, Sonia Viviani
Anno: 1977
Produzione: Italia

Girato lo stesso anno assieme a Casa privata per le SS (plagio del Salon Kitty di Brass), KZ9 di Bruno Mattei si rivela, poco sorprendentemente, uno dei nazi-erotici più dementi e ridicoli dell'intera categoria. Il matteiano KZ9 infatti, se eticamente è da condannare come quasi tutti i film della sfacciata categoria naziploitation, in ambito squisitamente trash ha tutti i numeri per rivendicare in caldo posto nel cuore degli appassionati, o perlomeno molto più in alto di diversi concorrenti (La Bestia in calore di Batzella in primis). La storia ovviamente non c'è, o meglio tutto il film ruota attorno alle solite donne ebree ripetutamente seviziate, umiliate, stuprate o utilizzate in esperimenti sadici dai nazisti di Rosenhausen (con in sottofondo il consueto gruppo di eroi che tenta di fuggire dal lager), ma il culto in KZ9 non sta qui. E' da ricercare invece nei soliti colpi di genio matteiani che riscattano il film dalla mediocrità dilagante proiettandolo nel campo dell'inverosimilmente ridicolo, con alcune idee davvero superlative che provocano risate a non finire. Si parte così dalle allucinanti figure di Kurt il folle e Otto Ohlendorff (il primo un minorato mentale con espressioni facciali suine e versi da bestia, l'altro un altezzoso sovratenente dalla risata da neonato) per poi giungere a due scene di puro culto, da antologia del genere. La prima vede un morto tornare in vita per merito di alcune belle prostitute che lo stimolano sessualmente fino a portarlo al risveglio dall'oltretomba (fantastica la scena: le due prostitute sembrano non riuscirci, allora il nazista urla "la francese!!!" ed ecco arrivare l'esperta che compie il miracolo), e la seconda è ancora meglio. Come guarire due omosessuali dalla loro "malattia"? Semplicemente li si mette in una stanza con quattro ninfomani!! Ecco quindi i due sventurati urlare "non toccatemi!", "andate via!", manco fossero animali invece che donne!! Il ritmo inizia poi a calare e non si contano più le noiose scene di nudo gratuito (che più gratuito non si può), ma riecco quindi l'improvvisa pennellata d'autore che ti fa tornare cult il film: sto parlando dell'eccezionale scena dove due fuggitivi, che d'ora in poi chiameremo idoli, si fanno scoprire ed uccidere dai nazisti unicamente perchè han tentato di rubare loro 2 salsicce che stavano a mezzo metro dal loro accampamento. Di giorno ovviamente (indossando abiti bianchissimi che risaltano come un pugno nell'occhio), mica di notte! Ovvio, morivano di fame per aver dovuto digiunare visti i 2 giorni di fuga (!!!). Inutile stare a sindacare sulla regia ridicola, sugli attori cani e sulla colonna sonora ridicolarmente seria in un film così marcio: quel che vi importa sapere è che anche alle origini il buon Bruno dimostrava il suo immenso talento, e anche se non era sviluppato come nei suoi capolavori successivi Mattei va lodato lo stesso e KZ9 va visto. Chiudono l'analisi delle scene cult una breve frase in sovraimpressione che dura tantissimo tempo (non riuscivano a toglierla?) e sopratutto l'eccezionale finale didattico che mostra molte foto di criminali di guerra nazisti con loro relativi omicidi a carico: Mattei pensava d'aver fatto un film serio? Vergonosa infine l'assenza del dvd in Italia: KZ9 in lingua italiota è reperibile unicamente in vecchissima VHS. Peccato.